Archivio per Famiglia
Lunedì 10 Agosto 2009 a 10:00 pm
· Archiviato in Crisi, Depressione, Famiglia, Genitore omologo, Psicoanalisi, Psicologia, Relazioni, cambiamento, figli, infanticidio ·Contrassegnato da tag angoscia, depressione post parto, figli, figlio, impotenza, infanticidio, lacerazione interna, madre, mamma, pianto del bambino, post partum, sofferenza
Di recente sembrano aumentare i casi di infanticidi da parte delle madri. Probabilmente oggi i mass media rendono pubblici questi eventi terribili che sono sempre esistiti.
Il dramma è duplice, prima e dopo il delitto. Infatti, una madre per natura non farebbe mai del male al proprio bambino e se ciò accade è perché si verificano situazioni assolutamente estreme e gravissime.
Si sa che i bambini richiedono attenzioni in ogni momento, soprattutto nei primi mesi di vita. Una persona e una coppia certamente sono felici perché hanno ricevuto un dono straordinario con l’arrivo del bambino, tuttavia, occorre rispondere alle sue esigenze quando si presentano. Uno dei modi in cui il bambino esprime i suoi bisogni è il pianto. Talvolta il pianto del bambino fa sentire nella madre un senso di lacerazione interna e l’unico pensiero è far smettere questo pianto in qualsiasi modo.
È proprio questo estremo senso di impotenza, di sofferenza e di lacerazione interna creano una pressione psicologica estrema e un grado di tensione insopportabile. Allora, qualsiasi soluzione, anche la più terribile, drammatica ed estrema diventa possibile.
Se la donna non è sostenuta ed aiutata diventa difficile gestire questa situazione e in condizioni di stress estremi si può giungere a soluzioni estreme, come quella di uccidere.
Le emozioni dominanti in questi momenti più o meno lunghi sono rabbia, angoscia, incomprensione.
Che fare?
È importante sostenere la donna-madre e non lasciarla sola, anche con dei piccoli gesti, come gli abbracci e il contenimento oppure aiutarla nelle faccende domestiche e facendo in modo che si conceda qualche ora di riposo totale. Ciò può aiutare e fare in modo che la situazione non degeneri. In particolare sono le persone più vicine alla donna che possono farlo: il partner ed il genitore omologo, cioè la madre.
Nella nostra esperienza di counseling abbiamo notato che spesso le donne sviluppano queste depressioni post parto o gli istinti omicidi quando vengono lasciate sole subito dopo il parto e nei giorni successivi. Anche se gli istinti omicidi e un sentimento di odio nei confronti del/la figlio/a sembrano sorgere successivamente, anche qualche anno dopo, è probabile che l’origine sia riconducibile al periodo post parto. Anche qui il sostegno emotivo e l’intimità con partner e genitore omologo possono aiutare notevolmente.
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Mercoledì 1 Luglio 2009 a 9:44 pm
· Archiviato in Atteggiamento, Counseling, Counselling, Famiglia, Genitore omologo, Relazioni ·Contrassegnato da tag abbraccio, alain clark, amicizia, amico, figli, figlio, Genitore omologo, identità, musica, padre, papà, personalità, riferimento, sviluppo
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Giovedì 13 Novembre 2008 a 9:45 pm
· Archiviato in Atteggiamento, Counseling, Counselling, Famiglia, Psicologia, Psicosomatica, Relazioni ·Contrassegnato da tag Counseling, Counselling, Famiglia, Psicologia, Psicosomatica, riflessologia plantare, sopravvivenza, struttura, struttura di sopravvivenza, strutture
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo.
Agire per non soffrire? Quindi sfuggire per non sentire!
Non sempre agire è sano (quando è troppo), può essere una strategia, una difesa per allontanarci dal nostro dolore, che a volte esiste (per tutti), ed entrarci in contatto ci fa diventare più consapevoli e quindi anche un’opportunità per conoscere noi stessi! Quindi più si agisce più si sfugge alla sofferenza! Forse di non esserci sentiti amati in passato? Magari nei tempi più antichi quelli che qualcuno a visto bene di dimenticare o ricordare solo il bello per non soffrire? Quindi sfuggiamo ai sentimenti perché ci fanno soffrire escogitando inconsapevolmente alcune strategie, esempio il superlavoro che ci allontana solo da noi stessi! Queste carenze poi si possono manifestare sulla parte sinistra (lato emozionale) del nostro corpo, sotto forma di callosità in determinati punti dei piedi (secondo lo studio della reflessologia plantare), rigidità nel corpo ecc… Quindi diventiamo più consapevoli per spezzare le catene che si tramandano di generazione in generazione, onde evitare di ammazzarci di lavoro! E’ giusto lavorare, in alcuni casi anche sano, ma quando è troppo diventa un tunnel dal quale non si riesce ad uscire e come tutte le droghe si sa fanno male!!!
Il primo passo è la consapevolezza! Con la consapevolezza una persona si rende conto che esiste il problema, apre gli occhi,è un grosso passo in avanti, il trampolino di lancio, un passaggio importante non sempre facile da realizzare, a volte si entra in crisi e la cosa più importante è non rimanere bloccati in questo passaggio, perché in questo caso è la mente che si fissa, ma l’essere umano per fortuna è fatto anche di altro (mente, corpo e spirito). Disintossichiamoci dunque!!! Dopo aver preso coscienza del problema, il passo successivo è prendere spazio per se stessi, per il proprio ben-essere, cercando di nutrire corpo, mente e spirito, esempio dedicandosi ad attività fisiche come uno sport, una corsa o una camminata per distribuire l’energia in tutto il corpo; meditazione, yoga,oppure la recitazione del Santo Rosario (che corrisponde alla recitazione di un Mantra) per riempire lo spirito e calmare la mente; o semplicemente fare quello che ci piace, dedicandoci a un hobby, trovando ognuno la propria meditazione che può essere dinamica esempio ballare, o statica esempio pescare, cucire, dipingere; insomma tutto ciò che permette di incanalare l’energia anche in modo creativo. L’importante è prendere coscienza che esistiamo “noi” come persone con tutti i nostri bisogni e poi tutto il resto passa in secondo piano! Quindi non mi resta che augurarvi un in bocca al lupo in questo viaggio alla scoperta di Voi stessi!!!
Orietta Colombo
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Lunedì 8 Settembre 2008 a 7:35 pm
· Archiviato in Atteggiamento, Coppia, Counseling, Counselling, Famiglia, Genitore omologo, Psicologia, Relazioni ·Contrassegnato da tag ANSIA, ENERGIA, SOMATIZZAZIONE, trasformazione
L’ansia, più che un’emozione, si può considerare un insieme di sensazioni con-fuse (etimologicamente = fuso insieme), aggrovigliate tra loro, che si agitano in noi senza trovare uno sbocco espressivo, oppure si esprimono attraverso sintomi somatici.
Ansia significa paura dell’ignoto, inquietudine, preoccupazione. Con questo termine si indica sollecitazione e cura, a volte anche ossessiva.
La distinzione terminologica tra angoscia ed ansia è presente solo nelle lingue di origine latina, gli inglesi usano anxiety ed i tedeschi angst per definire entrambe le sensazioni. L’etimologia di angoscia si lega al verbo latino angere, stringere, ed indica uno stato emotivo oppressivo, provocato da cause non definite o riconoscibili. L’uso latino del termine implica l’idea di soffocamento e non è un caso, infatti, che la somatizzazione più frequente dell’ansia e dell’angoscia avvenga proprio nella funzione respiratoria. Alcuni studiosi fanno derivare ciò dalla prima sensazione di angoscia dovuta al trauma della nascita. Per tutti noi la nascita è stato un momento critico: siamo passati da una situazione totalmente protetta, all’esposizione nel mondo. Nel passaggio alla vita extra-uterina rischiamo di essere soffocati e, se non iniziamo a respirare in tempi relativamente brevi, rischiamo la morte. Da quel momento in poi questa esperienza diviene il prototipo di tutte le esperienze di passaggio da una situazione relativamente protetta ad una situazione di esposizione. Anche se in questi passaggi non rischiamo più la morte, spostarci da una situazione conosciuta per affrontare l’ignoto riattiva la paura originaria.
Per trasformare l’ansia in energia è, quindi, essenziale ascoltare ciò che si “muove” dentro di noi (emozioni da emo-agere = movimenti del sangue) e permettersi di esprimerlo senza frenarsi e senza giudicarsi.
Ogni emozione, ogni sensazione, ha la sua utilità e il suo significato e ha il suo diritto all’esistenza per il solo fatto di essere stata “generata” al nostro interno. Consentendo alle nostre emozioni di esprimersi, dando loro la voce, la possibilità di rappresentarsi, iniziamo un processo di svuotamento di quel “contenitore” di percezioni con-fuse ed indistinte che ben rappresenta lo stato ansioso.
L’energia che impieghiamo per reprimere le emozioni e per mantenere lo stato di allerta, e quindi di ansia, è energia che togliamo alla nostra capacità di rielaborazione e di trasformazione.Un atteggiamento positivo e costruttivo, la fiducia in se stessi, nelle relazioni affettive e sociali, trasformano l’ansia in energia. La paura, l’insicurezza, la mancanza di fiducia possono interferire in questo processo dinamico. Se l’Io della persona deve tenere a bada conflitti personali interni perde efficacia. L’energia, invece che essere espressa per raggiungere dei risultati, viene consumata per controllare il conflitto interno; allora è necessario analizzare le cause più o meno consapevoli, discuterne con le persone interessate, risolvere le interferenze che impediscono un’evoluzione positiva. Tutte le questioni rimaste in sospeso vanno risolte: tutti i debiti col passato vanno pagati e fatti pagare, bisogna arrivare alle cause, alla comprensione e quindi al perdono. Così si potrà voltare pagina e andare avanti. Qualsiasi problema che crea disagio si modifica solo se lo si affronta, lo si accetta, si cerca di capirlo, lo si elabora e si trovano le soluzioni percorribili. E soprattutto bisogna evitare di giudicare sé e gli altri negativamente.
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Mercoledì 23 Luglio 2008 a 8:52 am
· Archiviato in Atteggiamento, Counseling, Counselling, Famiglia, Genitore omologo, Psicologia, Relazioni ·Contrassegnato da tag cambiamento, cambiare, Colpa, Counseling, Counselling, emozione, emozioni, genitore, Genitore omologo, negativo, positivo, Psicologia, responsabilità, senso di colpa, senso di responsabilità, trasformazione
I momenti difficili capitano a tutti e in vari momenti della vita.
Queste difficoltà hanno un senso? O, meglio, che senso possiamo attribuire loro perché ci siano utili a migliorare?
Dal nostro punto di vista è importante capire in che misura vogliamo prenderci la responsabilità degli eventi negativi o positivi che accadono. Senso di colpa e senso di responsabilità non sono la stessa cosa. Infatti, essere responsabili della propria vita e degli eventi che accadono vuol dire farsi carico delle proprie azioni e delle conseguenze che hanno nella vita propria e altrui. Attribuirsi la colpa di un determinato evento, invece, vuol dire sentirsi la causa diretta o indiretta dell’evento scatenante.
Spostare il focus dall’origine del malessere alla volontà di trasformarlo in benessere è fondamentale!
Il senso di colpa è un potente mezzo che induce ad agire e rimediare a una mancanza percepita come propria. Talvolta e, spesso, a lungo andare, questo meccanismo può ritorcersi contro, perché può indurre una sorta di blocco emotivo e di malessere profondo. Il senso di responsabilità, invece, consente un atteggiamento emotivamente più maturo con le persone e gli accadimenti. Sentirsi responsabili vuol dire scegliere con coscienza e nel pieno della propria autonomia decisionale quale obiettivo perseguire e quale modalità scegliere.
In qualità di counsellor, per poter contribuire a trovare una soluzione positiva per migliorare il benessere e le relazioni dei clienti, il primo passo consiste nel comprendere perché un evento si è verificato o, meglio, quali obiettivi, consci e inconsci, il cliente perseguiva comportandosi in quel determinato modo. Talvolta le modalità di comportamento sono acquisite dalla famiglia d’origine e talvolta da soli è molto difficile accorgersene. Allora, un parere esperto alla dinamica relazionale può dare quel punto di vista esterno che consente di comprendere meglio cosa sta succedendo e scegliere modalità comportamentali migliori in futuro.
Già così gran parte del senso che può avere un evento negativo si può trasformare in un impulso positivo alla propria evoluzione personale. Il passo successivo sarà scegliere quale modalità o elemento è utile, da mantenere, e cosa invece cambiare. Proprio qui viene in aiuto il senso di responsabilità: si può scegliere qualcosa di diverso rispetto a quello che hanno scelto i genitori, i fratelli, le sorelle o altri ancora, in piena libertà e autonomia.
Ciò che può essere utile, in conclusione, è lasciare emergere il senso di colpa qualora vi sia ed esprimerlo, per poi poterlo trasformare in senso di responsabilità. Sentirsi in colpa può avere il senso rassicurante di continuare a crogiolarsi in un’abitudine che dà sicurezza, eppure si può migliorare mantenendo il senso di sicurezza e abbandonando le modalità distruttive. In questo caso, il genitore omologo, con il suo sostegno emotivo e l’amore genitoriale, può dare il senso di sicurezza necessario ad affrontare piccoli e grandi cambiamenti. Così, abbraccciare il senso di responsabilità al posto del senso di colpa può dare una vere libertà di scelta: essere se stessi fino in fondo e cambiare ciò che induce malessere.
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Giovedì 26 Giugno 2008 a 12:53 pm
· Archiviato in Coppia, Counseling, Famiglia, Genitore omologo, Psicologia, Relazioni ·Contrassegnato da tag abbraccio, Coppia, Counseling, Famiglia, figli, Genitore omologo, nascita, neonato, prematuri, Psicologia, relazione
Mettere al mondo un figlio è uno degli eventi più importanti e più esaltanti per la coppia. È un atto di responsabilità, un’opportunità di crescita e di maturazione, come pure un’opportunità esaltante di diventare responsabili e necessari per un altro essere umano che ha bisogno di cure continue. È l’occasione per perpetuare la propria identità. Si entra in una nuova dimensione: dalla coppia alla famiglia nel caso del primo figlio. Il ruolo di amanti, di moglie e marito si amplia in quanto si diventa madri e padri. Le gratificazioni e le gioie che provengono dalla partecipazione alla nascita, alla crescita e allo sviluppo di un bambino sono indescrivibili. Contemporaneamente vi sono sentimenti di responsabilità e anche parecchi stress. Sensazioni di non farcela, paure, ansie, sensi di inadeguatezza, di ignorare come si fa, sono sostanzialmente universali e comuni a tutti i genitori, soprattutto col primo figlio! Come superare tutto ciò??? Esistono molti modi tra cui un gesto semplice ed antico come L’ABBRACCIO.
L’abbraccio fra figli e genitori, e fra marito e moglie è naturale. Noi utilizziamo questa modalità anche nelle sedute. I significati sono evidenti: amore, piacere, unità, pace, contatto, erotismo. Alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato che tutti abbiamo bisogno da 4 a 12 abbracci al giorno: 4 per il mantenimento del benessere psicofisico, fino 12 per incrementarlo e soprattutto nei momenti di bisogno. A livello fisiologico si è scoperto che l’abbraccio permette la produzione dell’endorfina, che ha una struttura chimica simile a quella della morfina, quindi diminuisce il dolore e aumenta il piacere, ma si è notato anche che è in grado di far superare dolori del passato.
Il contatto corporeo attraverso l’abbraccio non solo è piacevole, ma è necessario alla salute del bambino e dei genitori. Per i bambini prematuri, il contatto va moltiplicato nel caso siano obbligati a stare nell’incubatrice e si indica alla madre di accarezzare con la mano a lungo il corpo del bambino. Un abbraccio allevia l’ansia e la depressione sia nei bambini che negli adulti. Ha effetti positivi sulla capacità di esprimere le emozioni, sullo sviluppo del linguaggio e sul quoziente d’intelligenza dei bambini. L’abbraccio rende più benevoli. La forza del contatto corporeo è stata parecchio trascurata. Anzi, alcuni hanno pensato che prima si allontanava il bambino dalla madre e meglio era. Ora capiamo che questo comportamento non solo non rende più autonomi, ma interferisce sullo sviluppo del bambino e ha delle ripercussioni anche nelle difficoltà dell’intimità nelle coppie. Sappiamo anche quanta forza è presente nel contatto corporeo, soprattutto nell’abbraccio. Con l’abbraccio comunichiamo a livello molto profondo. Il significato è talmente profondo che coppie in difficoltà non si abbracciano! Con un abbraccio avvolgiamo l’altro e la vita nel suo insieme. Il linguaggio dell’abbraccio nutre il corpo, la mente e lo spirito, rende emotivamente disponibili alla crescita e migliora la qualità della vita.
Viviamo in una civiltà che ha enfatizzato la razionalità e la tecnologia e abbiamo perso la consapevolezza e l’importanza dei nostri sensi, in particolare del contatto corporeo e degli abbracci. Quando abbracciamo il bambino e il partner riportiamo il tatto alla vita, siamo compassionevoli e riaffermiamo la fiducia nell’amore. L’abbraccio non fa sentire soli, diminuisce le paure, apre il canale dei sentimenti, sviluppa l’autostima e l’altruismo, dà la sensazione di far parte, riempie i vuoti della vita.
Quindi, alzatevi dalla sedia e andate ad abbracciare il vostro partner, i vostri figli, ed il vostro genitore omologo (delle stesso sesso)!!!!!!
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Martedì 24 Giugno 2008 a 9:28 pm
· Archiviato in Atteggiamento, Famiglia, Psicologia ·Contrassegnato da tag nascita, nove mesi, Odent, parto, preghiera, Psicologia
Michel Odent, fondatore del Primal Health Research Centre di Londra sostiene da anni che la nostra salute viene delineata durante il periodo che va dal concepimento al primo anno di vita. Suggerisce inoltre che il modo in cui veniamo al mondo ha conseguenze a lungo termine sulla nostra capacità di socializzare, la nostra tendenza all’aggressività, in altre parole alla nostra capacità di amare. Odent sostiene che lo studio su come imparare ad amare partendo dal seno della mamma qualche secondo dopo la nascita , potrebbe contenere la chiave da dove origini la violenza nella nostra società .Tutto ciò è ben descritto in uno dei suoi libri intitolato La scientificazione dell’amore, ed. Urra.
Fu proprio lui che più di vent’anni fa rivoluzionò la pratica ostetrica riducendo quasi a zero l’intervento medico come il forcipe ed il taglio cesareo, con semplici espedienti. Ad esempio, permettere alle partorienti di seguire il proprio istinto, dare alla luce un bimbo in un ambiente accogliente, caldo, magari con la luce soffusa, non super tecnologico e freddo, e di avere accanto a sé persone in grado di aiutarle e sostenerle.
Pensate alle posizioni assunte dalle donne in travaglio spontaneo quando non si sentono osservate….quasi sempre sono piegate in avanti, spesso a carponi,e durante la fase espulsiva si tende ad assumere una posizione più eretta, ma molte donne rimangono in ginocchio, magari appoggiate al bordo del lettino o di un mobile, ma sempre chine in avanti: Questo allevia sia il dolore nella zona lombare che agevolare la rotazione del bimbo all’interno del bacino. Uno degli aspetti importanti da notare è che quando ci si mette a carponi ci si isola più facilmente dall’ambiente esterno. L’immagine della donna china rimanda ad una donna che prega, ma esiste un legame tra parto e preghiera?……
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Lunedì 31 Marzo 2008 a 8:53 pm
· Archiviato in Atteggiamento, Coppia, Counseling, Counselling, Famiglia, Genitore omologo, Psicologia, Relazioni ·Contrassegnato da tag Atteggiamento, Counseling, gravidanza, nascita, nove mesi, parto, Psicologia
La gravidanza rappresenta un momento particolare, direi speciale, nella vita di una donna. Spesso prima di fare il test ci si sente già diverse… Qualcosa cambia sia a livello fisico che emotivo. Talvolta questi cambiamenti sembrano impercettibili, ma ci sono fin da subito.
Certo non è sempre tutto rose e fiori… tra nausee, gonfiori, “incontinenze”, sonno e chi più ne ha più ne metta, verrebbe voglia di rinunciare… ma in realtà tutti questi piccoli fastidi possiamo leggerli come messaggi che il nostro corpo ci dà. Il corpo della futura mamma si modifica in base alle esigenze del proprio bimbo. Se pensiamo alla formazione del feto… quanta energia serve e poi questi piccoli talvolta sembrano scatenati nel pancione!!!!! E’ importante prepararsi al lieto evento. Ormai tutti gli ospedali propongono un corso di preparazione al parto, e ciò è molto importante, ma il più delle volte non è sufficiente…. A nostro avviso è importante iniziare fin da subito, se non prima una percorso di accompagnamento alla nascita. Fare un lavoro psicologico, corporeo e spirituale, andare a vedere il luogo dove si desidera partorire, parlare con gli operatori. Durante questi mesi, in modo particolare, conta molto farsi sostenere dalla propria madre (genitore omologo) e dal proprio compagno…………(continua)
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Mercoledì 5 Marzo 2008 a 5:57 pm
· Archiviato in Coppia, Counseling, Counselling, Famiglia, Genitore omologo, Psicoanalisi, Psicologia, Relazioni ·Contrassegnato da tag Counseling, Counselling, crescita personale, età evolutiva, evoluzione, psicanalisi, Psicoanalisi, Psicologia
Il genitore omologo è il genitore dello stesso sesso. Vittorio Volpi, psicanalista e ricercatore, per primo ha visto i propri clienti compiere grandi miglioramenti grazie al sostegno e alla relazione con il genitore omologo. Questi straordinari cambiamenti sono possibili perché l’omologo è la fonte di identificazione psico-sessuale per ogni individuo e fonte di amore inesauribile alla quale attingere: è la persona più affine a ciascuno e il punto di riferimento per la propria evoluzione personale. Il genitore omologo è punto di riferimento non solo nell’età evolutiva, ma continua ad esserlo anche successivamente.
Infatti, da una buona relazione con l’omologo si può “naturalmente” avere una intimità di coppia, cioè essere se stessi in rapporto al partner. Essere intimi con il partner permette di esprimere le proprie debolezze e i propri tesori liberamente, amare ed essere amati.
Se ciascuno di noi è vivo vuol dire che ha ricevuto sufficiente amore da parte dei propri genitori. E in ogni momento si può attingere a questa risorsa d’amore. In particolare, l’amore del genitore omologo, consente di superare le difficoltà e i propri limiti . L’omologo è una delle più grandi risorse che abbiamo a disposizione. D’altronde, chi più di ogni altro ci permette di metterci a nudo e confrontarci con la nostra storia, con l’origine della nostra esistenza, con i nostri talenti e le nostre debolezze?
Riabbracciare il proprio omologo vuol dire riconciliarsi con il proprio modello di sviluppo, che ha dato capacità di amare, lavorare, essere in relazione, vivere.
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