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Crisi: depressione o rinascita?

Nei momenti di crisi, percepita o reale che sia, sembra sia necessario scegliere da che parte stare: depressione o rinascita?

In realtà, la depressione è già espressione emotiva di una forte ed impellente necessità di cambiamento. In questo senso la depressione può già essere un segnale di rinascita: per rinascere qualcos’altro occorre che “muoia” quel qualcosa che non è coerente con il nostro essere più profondo.

Allora occorre chiedersi quali cambiamenti profondi si desiderano così intensamente da generare la depressione, questa emozione cupa e pesante che impedisce di vivere con gioia.

Così può essere per gli individui e altrettanto si può dire per le organizzazioni e le imprese.

Le imprese, in particolare, se sono coinvolte prepotentemente dal senso di crisi e dalla depressione economica (che porta con sé anche la depressione in senso emotivo) probabilmente hanno bisogno di rivedere non solo il modello di business su cui poggiano, ma anche l’orientamento strategico di fondo.

Allora può essere utile rivedere, insieme professionisti esperti, la propria missione, la visione e la strategia considerando anche l’eventualità di un cambiamento culturale e non solo di scelte strategiche. Così, oltre a rivedere la missione e la visione si può anche ripensare l’organizzazione e i valori su cui si basa.

La scelta può essere drastica, tuttavia ne va del futuro dell’impresa in crisi: crogiolarsi nella depressione (emotiva ed economica) o avviare la rinascita?

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I crack finanziari e il mondo emotivo

Dal punto di vista emotivo, il crack, il fallimento, può evocare la fine traumatica, il vuoto, l’incertezza, il disorientamento. Se si sentono emozioni di questo tipo, allora ci si può chiedere cosa e come si vuole iniziare qualcosa di diverso, oppure come riempire il vuoto emotivo, oppure come dare certezza a se stessi e agli altri o, infine, come orientarsi nel proprio percorso evolutivo.

Innanzitutto, se qualcosa accade è perché aiuta nell’evoluzione personale e sociale. Ha senso chiedersi in che termini aiuta.

Quali risorse utilizzare? Le energie emotive della famiglia, della scuola, delle università, delle associazioni, delle aziende, della Pubblica Amministrazione?

Quali valori mettere in discussione e quali priorità? Il fallimento ha senso perché “costringe” a ricostruire su basi più solide, sia economiche (maggiori riserve, maggiore capitalizzazione, ecc.) sia emotive.

Quali sono i valori a cui si tiene maggiormente? La crescita economica, l’evoluzione personale o sociale, gli affetti, ecc.

E conseguentemente, quali sono le attività prioritarie? Sostenere la famiglia, l’impresa in generale, i lavoratori dipendenti, i professionisti, i manager, le nuove professioni, le imprese innovative, le imprese storiche, le imprese di settori strategici, ecc.

Quali abilità sviluppare? Imprenditorialità, innovatività, affettività, sicurezza, determinazione, autostima, capacità d’amare, leadership, ecc.

Da qui possono sorgere le basi di un equilibrio maggiormente integrato, dove la parte economica e razionale sia un aspetto importante e non il tutto. La storia, infatti, ci insegna che l’economico è al servizio dell’essere umano. È vero che la persona ne deve rispettare le leggi dell’ambiente in cui vive, ma può anche modificarle con le proprie capacità. Se quanto l’essere umano produce non è al servizio della propria evoluzione, integrando razionalità (conoscenza del mondo esterno) ed emozioni (percezione, comprensione-interiorizzazione) e, anzi, se ne discosta, allora il rischio di fallimento può rinnovarsi e costringere l’uomo a riflettere dolorosamente sulle proprie sconfitte per costringerlo a cambiare, a creare le premesse per il successo futuro.

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Il “cuore” economico

Nancy Folbre, docente di economia politica alla Massachussetts University, propone di rileggere l’idea di valore attraverso il punto di vista femminile, a partire dalle basi teoriche fino ad arrivare alle modalità di calcolo e di stima, così fortemente sbilanciato verso il risultato economico per eccellenza, la mitica ultima riga di bilancio, che diventa imperativo categorico dei dirigenti d’azienda. Non importa quanto questo numero alla fine sia deformato, approssimato o incompleto. In campo borsistico, gli analisti lo prenderanno come misura del successo e gli investitori, a loro volta, amplificheranno e renderanno definitiva quella che spesso è solo una percezione cognitiva. Si tratta di un tema fortemente indagato, anche se pochi paiono i passi concreti per uscire dalle potenziali deformazioni costituite da un’economia che spesso diventa materia psicologica. A questa deformazione si aggiunge un altro elemento di grande importanza, ovvero la valutazione delle relazioni, dei sentimenti, dell’affetto e della solidarietà. Per questi ultimi, infatti, non sono disponibili misure di risultato e, come conseguenza immediata, è molto probabile che si attui la svalutazione o la mancanza di considerazione di questi elementi nelle scelte politiche delle organizzazioni, delle famiglie e dello stato. In questo modo, l’attenzione rischia di cadere esclusivamente sulle variabili esplicitamente economiche, trascurando l’importanza fondamentale che invece hanno le relazioni, i sentimenti, e tutti gli altri elementi non strettamente attigui al mondo economico.

Secondo la Folbre, l’Italia, come molti altri paesi industrializzati, ha bisogno di elaborare politiche più idonee a i bisogni delle persone non autonome e di coloro che ne hanno cura. E’ opportuno che gli economisti guardino al di là dell’economia di mercato e sviluppare un sistema di contabilità che tenga conto del lavoro domestico non riconducibile al mercato, nonché dei beni collettivi, anch’essi estranei alla sfera di mercato. Chiunque dia ad altri il nutrimento di cui hanno bisogno senza chiedere in cambio del denaro, di fatto alimenta quella grande creatura nota come “economia di mercato”. I genitori allevano i figli e ne hanno cura, gli amici e i parenti si aiutano a vicenda, i volontari dedicano tempo ed energia per aiutare la proprie comunità, se tutto ciò venisse a mancare, molti bisogni rimarrebbero insoddisfatti. Il lavoro motivato soprattutto dal desiderio di aver cura degli altri contribuisce allo sviluppo del capitale sociale, ossia della ricchezza comune. Ma al pari delle risorse naturali e dei servizi resi dall’ambiente, dai quali dipende anche la nostra economia di mercato, gran parte di questo lavoro non viene conteggiato. E nel nostro sistema economico ciò che non viene conteggiato è sottovalutato o svalutato. Gli economisti misurano il successo con il metro dei prezzi di mercato, ignorando il valore dei beni e dei servizi attinti liberamente dai domini della gratuità. Ad esempio, il latte materno offre una buona metafora per descrivere i servizi forniti da Madre Natura, di quelli sia generati dall’ambiente sia legati alla cura degli altri. Ma quanto vale, per un neonato, essere allattato della propria madre? Ebbene, l’allattamento al seno non ha valore esplicito, perché la presenza della mamma non è un bene commercializzabile. Se non vi è mercato, non può sussistere lo scambio e allora diventa molto difficile “misurare” il valore di un determinato bene o servizio. Purtroppo se il punto di vista economico diventa “totalizzante” i beni e i servizi incommensurabili sono “senza un valore”, in quanto non “adatti” allo scambio.

Questo problema di valutazione e considerazione degli elementi “intangibili” è essenziale non solo per la società, lo Stato, ma anche per ogni singolo nucleo familiare, ogni azienda, ogni organizzazione. Negli ultimi anni, ad esempio, nell’ambito aziendale l’attenzione verso il patrimonio intangibile è cresciuto notevolmente. Si pensi, ad esempio, a quanto siano oggi fondamentali per la sopravvivenza di un’impresa o di una nazione le competenze e il capitale umano. Uno strumento di contabilità direzionale di tipo strategico come la Balanced ScoreCard (R. S. Kaplan e D. P. Norton) evidenzia non solo la mitica ultima riga di bilancio o la misura di redditività per gli apportatori di capitale di rischio, ma anche gli obiettivi intermedi necessari al raggiungimento di quello finale: clienti soddisfatti, processi interni aziendali eccellenti, e apprendimento e crescita continui.

Tra gli elementi intangibili considerati, uno è di particolare interesse: l’aspetto sociale e, con esso, quello emotivo.

Infatti, si può affermare che nessuna società orientata esclusivamente verso il successo individuale, escludendo il prendersi cura della generazione successiva, è in grado di riprodursi. Esistono due grandi esempi a riprova di quest’ultima asserzione. Un paese che ha difficoltà a vedere il proprio futuro e perde la speranza di miglioramento, inevitabilmente perde anche in termini reali di Prodotto Interno Lordo. Basti pensare ai difficili periodi attraversati da due dei paesi maggiormente industrializzati come il Giappone e l’Italia, che negli ultimi vent’anni hanno avuto un tasso di crescita demografico vicino allo zero e per lunghi periodi un tasso di crescita del PIL anch’esso negativo o prossimo allo zero.

Il secondo esempio riguarda le imprese maggiormente evolute, anche socialmente. La necessità di rispondere a clienti e mercati sempre più esigenti in termini di prezzo, personalizzazione, servizio e tempestività ha reso necessaria l’adozione di strumenti e tecniche evolute per gestire tali complessità. Ciò vuol dire mettere il cliente al centro e definire la propria missione in funzione di esso. A nostro parere, ciò può essere interpretato in forma estesa come la forte esigenza di collegamento, di connessione sociale dell’impresa o dell’organizzazione in generale. Servire meglio e in modo più affine alle sue esigenze un cliente non è forse un modo per consolidare la relazione con esso? Evidentemente non è un caso che le aziende con le migliori “performance” economiche di lungo periodo sono quelle maggiormente focalizzate sulla loro missione d’impresa.

E una struttura sociale ed economica dove le imprese e le organizzazioni prendono in considerazione le persone nella loro globalità, con i loro contributi esplicitamente valutati e non, ha maggiori opportunità di prosperare nel lungo periodo. Così, l’orientamento al risultato tipicamente maschile potrebbe coniugarsi con una maggiore sensibilità femminile verso elementi affettivo-relazionali, migliorando sinergicamente sia il risultato complessivo sia entrambi gli aspetti presi singolarmente.

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