Archivio per Counseling
Imprenditore è leader
Le responsabilità (la capacità di rispondere) per eccellenza per l’imprenditore è guidare un’organizzazione verso i propri obiettivi e la sopravvivenza di se stessa nel lungo periodo.
Gioco-forza ciò implica che l’imprenditore sia leader. Spesso si trascurano certi aspetti oppure risulta difficile credere che alcune modalità di pensiero e di comportamento così radicate nella personalità possano essere cambiate in meglio.
Eppure è possibile. Così come imprenditori si nasce (se si hanno esempi virtuosi di imprenditori in famiglia, ad esempio) o si diventa (se si ha la possibilità di imparare ad esserlo da chi lo è), allora certe modalità virtuose di pensiero o di comportamento si possono ritrovare nel proprio DNA o si possono acquisire attraverso un determinato percorso di apprendimento.
Apprendere le qualità del leader è complesso e semplice allo stesso tempo. È complesso nel senso che non ci sono ricette o formule prefabbricate che una volta messe in pratica permettono automaticamente di diventare leader. È semplice nel senso che quando ci si sente bene nel guidare in primo luogo se stessi e poi gli altri e si agisce, di conseguenza, in maniera coerente rispetto ai propri valori personali (o aziendali) allora vuol dire che si è ben istradati.
In questo, ancora una volta, è importante riconoscere chi si è attraverso un confronto positivo con la propria figura di riferimento: il genitore omologo, dello stesso sesso. Ricordiamolo: l’identità si costruisce nella relazione, non è a sé stante. Nel caso delle organizzazioni, il confronto con il genitore omologo può esser fatto dalle persone appartenenti al gruppo di vertice (e anche per gli altri non farebbe certo male) e nella lettura delle dinamiche di gruppo che si instaurano all’interno del gruppo stesso.
Il confronto con il genitore omologo permette di chiarire i punti della propria identità che appartengono o meno all’individuo, di chiarire in modo approfondito cosa si desidera e cosa è invece frutto dei condizionamenti esterni, quali sono le mappe mentali positive su cui puntare e quali, invece, le credenze limitanti. Su queste basi si può fare una riflessione profonda ed efficace sulla propria identità e costruire così una leadership profonda e sentita, davvero efficace e flessibile.
Gestire la crisi: come fare?
Abbiamo già accennato in un altro articolo che crisi è sinonimo di cambiamento.
Oltre a questa informazione, ne è necessaria un’altra: in che senso cambiamento? Verso quali obiettivi? Con quali modalità?
Occorre avere una buona identità personale, o d’impresa, per sapere quali risorse utilizzare e ri-orientarsi quando il mondo intorno cambia. Se non ci si sente sicuri in questo aspetto, allora val la pena di fare un passo indietro e investire tempo e danaro per consolidare/ristrutturare la propria identità, magari sanando quelle ferite ancora presenti e migliorando quegli aspetti che rendono difficile la vita (anche aziendale): emozioni “negative” come il disorientamento, l’impotenza, la rabbia, l’angoscia, l’ansia, ecc.
Queste emozioni sono tanto utili quanto sgradevoli. Ascoltarle, sentire cosa hanno da dire, magari con la mediazione di un parere esperto, è fondamentale per orientare la persona o l’impresa verso la propria reale identità e verso gli obiettivi che contano davvero, che rendono soddisfatti oltre che essere sfidanti e importanti.
Questo passo non si può compiere semplicemente lavorando con la parte cognitiva, perché spesso serve una sensibilità che la parte cognitiva “filtra” (certe emozioni sono censurate) e non fa percepire la portata reale del disagio, della crisi, occultando in questo modo anche i rimedi più opportuni allo scopo. È come se si volesse curare qualsiasi malattia con l’antibiotico, ad esempio, che, pur essendo un farmaco efficace, può non essere opportuno in determinate situazioni.
Ognuno fa la sua parte seguendo il proprio cammino evolutivo e allora l’incoraggiamento ad evolvere sarà per tutti: ognuno è leader di se stesso ed è esempio positivo per gli altri.
Genitore omologo, leadership, relazioni e successo
Cominciamo dal risultato finale desiderato: cosa permette di ottenere il successo? Innanzitutto chiariamo che si intende per successo la realizzazione della persona nelle proprie capacità di amare, lavorare e vivere in relazione con gli altri, in modo da raggiungere i propri obiettivi.
Certamente, tra le risorse necessarie possiamo considerare la determinazione, la chiarezza d’intenti, la volontà, le competenze e le relazioni. Se vogliamo riassumere in un cocktail gli ingredienti possiamo dire che ci vogliono leadership e relazioni interpersonali.
Una relazione particolarmente importante è quella con il genitore omologo, che influenza moltissimo sia la qualità della leadership sia la qualità e quantità di relazioni di ogni genere: di coppia, con i figli, con gli amici, parenti, capi, colleghi, collaboratori, clienti, fornitori eccetera. Così, migliorare la relazione con il genitore omologo è come far sbocciare un fiore e aprirsi alle meraviglie del mondo. Questo è il primo, fondamentale, mezzo per ottenere successo. Per poterlo fare spesso è necessario migliorare la qualità e la quantità della comunicazione e intensificare qualità e quantità degli abbracci con l’omologo. Ciò rafforza elementi fondamentali come l’identità personale, l’autostima, la fiducia e l’apertura verso il mondo.
Per le organizzazioni è diverso, certamente, anche se alcuni pilastri sono comunque validi. Le buone relazioni, ad esempio, aiutano a migliorare la qualità del lavoro. Un capo che ha più stili di leadership nel proprio carnet di competenze, ha maggiori opportunità di gestire relazioni con persone di vario genere e che hanno bisogno di atteggiamenti, modi di pensare, stimoli e risposte diversi. In questo modo attira a sé anche i migliori talenti, perché sa gestirli. La cultura aziendale, così, assume un ruolo centrale, perché influenza la strategia e i meccanismi di coordinamento tra le persone e le unità organizzative.
Anche qui, se vogliamo riassumere il cocktail per il successo, questo è composto dalla leadership diffusa (e ben gestita, ovviamente) e da relazioni positive consolidate: spirito di squadra, fiducia reciproca, autostima, solidarietà, competitività e collaborazione.
Come può, un’organizzazione, migliorare in questi ambiti? Per le organizzazioni e le imprese, un lavoro di counseling può essere importante per comprendere le modalità d’interazione nel gruppo, gli stili di leadership, la qualità e quantità di relazioni e le emozioni sottostanti: in altre parole, l’intelligenza emotiva del gruppo. Si può, inoltre, considerare la formazione sulla parte emotiva come componente complementare alla formazione cognitiva e integrare così le competenze del gruppo (e del capo, prima di tutti!) di modo che possano migliorare leadership e relazioni.
La percezione di crisi così sentita in questi mesi, probabilmente sta a testimoniare un cambiamento strutturale nei modelli di comportamento basati su leadership individuali e relazioni interpersonali nuove, tutto ciò accompagnato da un senso di disorientamento.
Comprendere il disorientamento, le leadership e i modelli relazionali emergenti presuppone una formazione che “alfabetizzi” emotivamente le persone, che le porti, in altre parole, ad ascoltare e comprendere le emozioni che provano e scegliere che strada percorrere per potersi evolvere.
Un’opportunità per riflettere
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo.
Agire per non soffrire? Quindi sfuggire per non sentire!
Non sempre agire è sano (quando è troppo), può essere una strategia, una difesa per allontanarci dal nostro dolore, che a volte esiste (per tutti), ed entrarci in contatto ci fa diventare più consapevoli e quindi anche un’opportunità per conoscere noi stessi! Quindi più si agisce più si sfugge alla sofferenza! Forse di non esserci sentiti amati in passato? Magari nei tempi più antichi quelli che qualcuno a visto bene di dimenticare o ricordare solo il bello per non soffrire? Quindi sfuggiamo ai sentimenti perché ci fanno soffrire escogitando inconsapevolmente alcune strategie, esempio il superlavoro che ci allontana solo da noi stessi! Queste carenze poi si possono manifestare sulla parte sinistra (lato emozionale) del nostro corpo, sotto forma di callosità in determinati punti dei piedi (secondo lo studio della reflessologia plantare), rigidità nel corpo ecc… Quindi diventiamo più consapevoli per spezzare le catene che si tramandano di generazione in generazione, onde evitare di ammazzarci di lavoro! E’ giusto lavorare, in alcuni casi anche sano, ma quando è troppo diventa un tunnel dal quale non si riesce ad uscire e come tutte le droghe si sa fanno male!!!
Il primo passo è la consapevolezza! Con la consapevolezza una persona si rende conto che esiste il problema, apre gli occhi,è un grosso passo in avanti, il trampolino di lancio, un passaggio importante non sempre facile da realizzare, a volte si entra in crisi e la cosa più importante è non rimanere bloccati in questo passaggio, perché in questo caso è la mente che si fissa, ma l’essere umano per fortuna è fatto anche di altro (mente, corpo e spirito). Disintossichiamoci dunque!!! Dopo aver preso coscienza del problema, il passo successivo è prendere spazio per se stessi, per il proprio ben-essere, cercando di nutrire corpo, mente e spirito, esempio dedicandosi ad attività fisiche come uno sport, una corsa o una camminata per distribuire l’energia in tutto il corpo; meditazione, yoga,oppure la recitazione del Santo Rosario (che corrisponde alla recitazione di un Mantra) per riempire lo spirito e calmare la mente; o semplicemente fare quello che ci piace, dedicandoci a un hobby, trovando ognuno la propria meditazione che può essere dinamica esempio ballare, o statica esempio pescare, cucire, dipingere; insomma tutto ciò che permette di incanalare l’energia anche in modo creativo. L’importante è prendere coscienza che esistiamo “noi” come persone con tutti i nostri bisogni e poi tutto il resto passa in secondo piano! Quindi non mi resta che augurarvi un in bocca al lupo in questo viaggio alla scoperta di Voi stessi!!!
Orietta Colombo
I crack finanziari e il mondo emotivo
Dal punto di vista emotivo, il crack, il fallimento, può evocare la fine traumatica, il vuoto, l’incertezza, il disorientamento. Se si sentono emozioni di questo tipo, allora ci si può chiedere cosa e come si vuole iniziare qualcosa di diverso, oppure come riempire il vuoto emotivo, oppure come dare certezza a se stessi e agli altri o, infine, come orientarsi nel proprio percorso evolutivo.
Innanzitutto, se qualcosa accade è perché aiuta nell’evoluzione personale e sociale. Ha senso chiedersi in che termini aiuta.
Quali risorse utilizzare? Le energie emotive della famiglia, della scuola, delle università, delle associazioni, delle aziende, della Pubblica Amministrazione?
Quali valori mettere in discussione e quali priorità? Il fallimento ha senso perché “costringe” a ricostruire su basi più solide, sia economiche (maggiori riserve, maggiore capitalizzazione, ecc.) sia emotive.
Quali sono i valori a cui si tiene maggiormente? La crescita economica, l’evoluzione personale o sociale, gli affetti, ecc.
E conseguentemente, quali sono le attività prioritarie? Sostenere la famiglia, l’impresa in generale, i lavoratori dipendenti, i professionisti, i manager, le nuove professioni, le imprese innovative, le imprese storiche, le imprese di settori strategici, ecc.
Quali abilità sviluppare? Imprenditorialità, innovatività, affettività, sicurezza, determinazione, autostima, capacità d’amare, leadership, ecc.
Da qui possono sorgere le basi di un equilibrio maggiormente integrato, dove la parte economica e razionale sia un aspetto importante e non il tutto. La storia, infatti, ci insegna che l’economico è al servizio dell’essere umano. È vero che la persona ne deve rispettare le leggi dell’ambiente in cui vive, ma può anche modificarle con le proprie capacità. Se quanto l’essere umano produce non è al servizio della propria evoluzione, integrando razionalità (conoscenza del mondo esterno) ed emozioni (percezione, comprensione-interiorizzazione) e, anzi, se ne discosta, allora il rischio di fallimento può rinnovarsi e costringere l’uomo a riflettere dolorosamente sulle proprie sconfitte per costringerlo a cambiare, a creare le premesse per il successo futuro.
Trasformare l’ansia in energia
L’ansia, più che un’emozione, si può considerare un insieme di sensazioni con-fuse (etimologicamente = fuso insieme), aggrovigliate tra loro, che si agitano in noi senza trovare uno sbocco espressivo, oppure si esprimono attraverso sintomi somatici.
Ansia significa paura dell’ignoto, inquietudine, preoccupazione. Con questo termine si indica sollecitazione e cura, a volte anche ossessiva.
La distinzione terminologica tra angoscia ed ansia è presente solo nelle lingue di origine latina, gli inglesi usano anxiety ed i tedeschi angst per definire entrambe le sensazioni. L’etimologia di angoscia si lega al verbo latino angere, stringere, ed indica uno stato emotivo oppressivo, provocato da cause non definite o riconoscibili. L’uso latino del termine implica l’idea di soffocamento e non è un caso, infatti, che la somatizzazione più frequente dell’ansia e dell’angoscia avvenga proprio nella funzione respiratoria. Alcuni studiosi fanno derivare ciò dalla prima sensazione di angoscia dovuta al trauma della nascita. Per tutti noi la nascita è stato un momento critico: siamo passati da una situazione totalmente protetta, all’esposizione nel mondo. Nel passaggio alla vita extra-uterina rischiamo di essere soffocati e, se non iniziamo a respirare in tempi relativamente brevi, rischiamo la morte. Da quel momento in poi questa esperienza diviene il prototipo di tutte le esperienze di passaggio da una situazione relativamente protetta ad una situazione di esposizione. Anche se in questi passaggi non rischiamo più la morte, spostarci da una situazione conosciuta per affrontare l’ignoto riattiva la paura originaria.
Per trasformare l’ansia in energia è, quindi, essenziale ascoltare ciò che si “muove” dentro di noi (emozioni da emo-agere = movimenti del sangue) e permettersi di esprimerlo senza frenarsi e senza giudicarsi.
Ogni emozione, ogni sensazione, ha la sua utilità e il suo significato e ha il suo diritto all’esistenza per il solo fatto di essere stata “generata” al nostro interno. Consentendo alle nostre emozioni di esprimersi, dando loro la voce, la possibilità di rappresentarsi, iniziamo un processo di svuotamento di quel “contenitore” di percezioni con-fuse ed indistinte che ben rappresenta lo stato ansioso.
L’energia che impieghiamo per reprimere le emozioni e per mantenere lo stato di allerta, e quindi di ansia, è energia che togliamo alla nostra capacità di rielaborazione e di trasformazione.Un atteggiamento positivo e costruttivo, la fiducia in se stessi, nelle relazioni affettive e sociali, trasformano l’ansia in energia. La paura, l’insicurezza, la mancanza di fiducia possono interferire in questo processo dinamico. Se l’Io della persona deve tenere a bada conflitti personali interni perde efficacia. L’energia, invece che essere espressa per raggiungere dei risultati, viene consumata per controllare il conflitto interno; allora è necessario analizzare le cause più o meno consapevoli, discuterne con le persone interessate, risolvere le interferenze che impediscono un’evoluzione positiva. Tutte le questioni rimaste in sospeso vanno risolte: tutti i debiti col passato vanno pagati e fatti pagare, bisogna arrivare alle cause, alla comprensione e quindi al perdono. Così si potrà voltare pagina e andare avanti. Qualsiasi problema che crea disagio si modifica solo se lo si affronta, lo si accetta, si cerca di capirlo, lo si elabora e si trovano le soluzioni percorribili. E soprattutto bisogna evitare di giudicare sé e gli altri negativamente.
Alla ricerca dell’eccellenza..
Il concetto di eccellenza è oramai dato per assodato. Ci è veramente utile tendere all’eccellenza? E in che senso?
Alcuni ne parlano in considerazione alle migliori pratiche da adottare (il concetto di “best practice manageriale”, ad esempio), altri ne parlano in merito al concetto di qualità totale e zero difetti.
Se ne parla come se fosse noto a chiunque quale sia l’ideale al quale tendere o, meglio, come se ciascuno volesse indicare il proprio modello ideale e soprattutto il modo per raggiungerlo. Spesso, tuttavia, si danno per oggettive delle valutazioni che oggettive non possono essere. Allora, può risultare fuorviante dare all’eccellenza una connotazione oggettiva. Infatti, se da un lato questo artificio facilita la vita perché introduce la possibilità di misurare, confrontare e controllare, dall’altro limita la soggettività personale a una predefinita scala di valori non necessariamente aderente a quella dell’individuo (o un’organizzazione) che vuol decidere se migliorare la propria condizione.
Esiste una via d’uscita a questa scelta dicotomica tra eccellenza in senso soggettivo e in senso oggettivo?
Una possibile risposta è nella natura umana, varia e adattiva rispetto all’ambiente circostante.Ciò che è ottimo nel Sahara è pessimo in Antartide e viceversa, oppure può andar bene in entrambe le situazioni o in nessuna. Sun Tzu, maestro cinese della guerra, scrisse parecchi secoli fa: “Che caratteristiche hanno la vita e la morte? Il bambino appena nato è flessibile e in movimento, mentre il morto è rigido e immobile. Allora la vita è flessibile e movimento, mentre la morte è rigida e immobile”. Allora, perché irrigidirci nella ricerca di una via all’eccellenza? Perché ognuno di noi non può avere la propria via alla propria eccellenza?
Una risposta potrebbe essere che seguire una strada già sperimentata ci dà sicurezza. Allora teniamo ciò che ci dà sicurezza e variamo ciò che non ci piace, discernendo in base ai nostri valori, alle nostre preferenze, alla nostra attitudine. Se poi si trova una strada già tracciata e la si sente come propria tanto di guadagnato. L’importante è essere connessi con i propri desideri e valori più profondi. Questi possono essere stabili, fornirci un radicamento e sicurezza, mentre le modalità comportamentali e le prospettive possono cambiare, essere flessibili, adattarsi al contesto. In questo modo si può avere maggiori chance di successo e, allo stesso tempo, non sentirsi in balia degli eventi e disorientati.
Dal senso di colpa al senso di responsabilità
I momenti difficili capitano a tutti e in vari momenti della vita.
Queste difficoltà hanno un senso? O, meglio, che senso possiamo attribuire loro perché ci siano utili a migliorare?
Dal nostro punto di vista è importante capire in che misura vogliamo prenderci la responsabilità degli eventi negativi o positivi che accadono. Senso di colpa e senso di responsabilità non sono la stessa cosa. Infatti, essere responsabili della propria vita e degli eventi che accadono vuol dire farsi carico delle proprie azioni e delle conseguenze che hanno nella vita propria e altrui. Attribuirsi la colpa di un determinato evento, invece, vuol dire sentirsi la causa diretta o indiretta dell’evento scatenante.
Spostare il focus dall’origine del malessere alla volontà di trasformarlo in benessere è fondamentale!
Il senso di colpa è un potente mezzo che induce ad agire e rimediare a una mancanza percepita come propria. Talvolta e, spesso, a lungo andare, questo meccanismo può ritorcersi contro, perché può indurre una sorta di blocco emotivo e di malessere profondo. Il senso di responsabilità, invece, consente un atteggiamento emotivamente più maturo con le persone e gli accadimenti. Sentirsi responsabili vuol dire scegliere con coscienza e nel pieno della propria autonomia decisionale quale obiettivo perseguire e quale modalità scegliere.
In qualità di counsellor, per poter contribuire a trovare una soluzione positiva per migliorare il benessere e le relazioni dei clienti, il primo passo consiste nel comprendere perché un evento si è verificato o, meglio, quali obiettivi, consci e inconsci, il cliente perseguiva comportandosi in quel determinato modo. Talvolta le modalità di comportamento sono acquisite dalla famiglia d’origine e talvolta da soli è molto difficile accorgersene. Allora, un parere esperto alla dinamica relazionale può dare quel punto di vista esterno che consente di comprendere meglio cosa sta succedendo e scegliere modalità comportamentali migliori in futuro.
Già così gran parte del senso che può avere un evento negativo si può trasformare in un impulso positivo alla propria evoluzione personale. Il passo successivo sarà scegliere quale modalità o elemento è utile, da mantenere, e cosa invece cambiare. Proprio qui viene in aiuto il senso di responsabilità: si può scegliere qualcosa di diverso rispetto a quello che hanno scelto i genitori, i fratelli, le sorelle o altri ancora, in piena libertà e autonomia.
Ciò che può essere utile, in conclusione, è lasciare emergere il senso di colpa qualora vi sia ed esprimerlo, per poi poterlo trasformare in senso di responsabilità. Sentirsi in colpa può avere il senso rassicurante di continuare a crogiolarsi in un’abitudine che dà sicurezza, eppure si può migliorare mantenendo il senso di sicurezza e abbandonando le modalità distruttive. In questo caso, il genitore omologo, con il suo sostegno emotivo e l’amore genitoriale, può dare il senso di sicurezza necessario ad affrontare piccoli e grandi cambiamenti. Così, abbraccciare il senso di responsabilità al posto del senso di colpa può dare una vere libertà di scelta: essere se stessi fino in fondo e cambiare ciò che induce malessere.
L’abbraccio, un gesto d’amore
Mettere al mondo un figlio è uno degli eventi più importanti e più esaltanti per la coppia. È un atto di responsabilità, un’opportunità di crescita e di maturazione, come pure un’opportunità esaltante di diventare responsabili e necessari per un altro essere umano che ha bisogno di cure continue. È l’occasione per perpetuare la propria identità. Si entra in una nuova dimensione: dalla coppia alla famiglia nel caso del primo figlio. Il ruolo di amanti, di moglie e marito si amplia in quanto si diventa madri e padri. Le gratificazioni e le gioie che provengono dalla partecipazione alla nascita, alla crescita e allo sviluppo di un bambino sono indescrivibili. Contemporaneamente vi sono sentimenti di responsabilità e anche parecchi stress. Sensazioni di non farcela, paure, ansie, sensi di inadeguatezza, di ignorare come si fa, sono sostanzialmente universali e comuni a tutti i genitori, soprattutto col primo figlio! Come superare tutto ciò??? Esistono molti modi tra cui un gesto semplice ed antico come L’ABBRACCIO.
L’abbraccio fra figli e genitori, e fra marito e moglie è naturale. Noi utilizziamo questa modalità anche nelle sedute. I significati sono evidenti: amore, piacere, unità, pace, contatto, erotismo. Alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato che tutti abbiamo bisogno da 4 a 12 abbracci al giorno: 4 per il mantenimento del benessere psicofisico, fino 12 per incrementarlo e soprattutto nei momenti di bisogno. A livello fisiologico si è scoperto che l’abbraccio permette la produzione dell’endorfina, che ha una struttura chimica simile a quella della morfina, quindi diminuisce il dolore e aumenta il piacere, ma si è notato anche che è in grado di far superare dolori del passato.
Il contatto corporeo attraverso l’abbraccio non solo è piacevole, ma è necessario alla salute del bambino e dei genitori. Per i bambini prematuri, il contatto va moltiplicato nel caso siano obbligati a stare nell’incubatrice e si indica alla madre di accarezzare con la mano a lungo il corpo del bambino. Un abbraccio allevia l’ansia e la depressione sia nei bambini che negli adulti. Ha effetti positivi sulla capacità di esprimere le emozioni, sullo sviluppo del linguaggio e sul quoziente d’intelligenza dei bambini. L’abbraccio rende più benevoli. La forza del contatto corporeo è stata parecchio trascurata. Anzi, alcuni hanno pensato che prima si allontanava il bambino dalla madre e meglio era. Ora capiamo che questo comportamento non solo non rende più autonomi, ma interferisce sullo sviluppo del bambino e ha delle ripercussioni anche nelle difficoltà dell’intimità nelle coppie. Sappiamo anche quanta forza è presente nel contatto corporeo, soprattutto nell’abbraccio. Con l’abbraccio comunichiamo a livello molto profondo. Il significato è talmente profondo che coppie in difficoltà non si abbracciano! Con un abbraccio avvolgiamo l’altro e la vita nel suo insieme. Il linguaggio dell’abbraccio nutre il corpo, la mente e lo spirito, rende emotivamente disponibili alla crescita e migliora la qualità della vita.
Viviamo in una civiltà che ha enfatizzato la razionalità e la tecnologia e abbiamo perso la consapevolezza e l’importanza dei nostri sensi, in particolare del contatto corporeo e degli abbracci. Quando abbracciamo il bambino e il partner riportiamo il tatto alla vita, siamo compassionevoli e riaffermiamo la fiducia nell’amore. L’abbraccio non fa sentire soli, diminuisce le paure, apre il canale dei sentimenti, sviluppa l’autostima e l’altruismo, dà la sensazione di far parte, riempie i vuoti della vita.
Quindi, alzatevi dalla sedia e andate ad abbracciare il vostro partner, i vostri figli, ed il vostro genitore omologo (delle stesso sesso)!!!!!!