Due sono i movimenti che portano alla comprensione. Il primo tende a progredire e a cogliere qualcosa che fino a quel momento era sconosciuto, fino a possederlo e a poterne disporre. Lo sforzo scientifico è di questo genere e noi sappiamo quanto abbia trasformato, reso più sicuri e arricchito il nostro mondo e la nostra vita.
Il secondo movimento nasce quando ci fermiamo e non dirigiamo lo sguardo su qualcosa di preciso, di tangibile, ma su un insieme. Lo sguardo è, dunque, pronto per recepire tutta intera la molteplicità che gli sta davanti. Se ci lasciamo andare a questo movimento, per esempio di fronte a un paesaggio o a un compito o a un problema, ci accorgiamo come il nostro sguardo diventa nello stesso tempo pieno e anche vuoto. Infatti, è possibile esporsi alla pienezza e reggerla solo a condizione di vedere al di là del particolare. Ci fermiamo nel movimento progressivo e ci ritiriamo un po’, finché non raggiungiamo quel vuoto che riesce a far fronte alla pienezza e alla molteplicità.
Questo movimento che all’inizio porta a fermarsi e poi a ritirarsi, io lo chiamo fenomenologico. Ci guida verso comprensioni diverse da quelle ottenute con il movimento progressivo della conoscenza.
Eppure l’uno completa l’altro. Poiché anche quando siamo nel movimento progressivo e scientifico della conoscenza, ogni tanto dobbiamo fermarci e dirigere lo sguardo dal particolare all’ampio insieme, e dal vicino al lontano. Così come anche la comprensione ottenuta fenomenologicamente va verificata sul singolo e su ciò che è più vicino.
Bert Hellinger – Ordini dell’amore