Imprenditore è leader
Le responsabilità (la capacità di rispondere) per eccellenza per l’imprenditore è guidare un’organizzazione verso i propri obiettivi e la sopravvivenza di se stessa nel lungo periodo.
Gioco-forza ciò implica che l’imprenditore sia leader. Spesso si trascurano certi aspetti oppure risulta difficile credere che alcune modalità di pensiero e di comportamento così radicate nella personalità possano essere cambiate in meglio.
Eppure è possibile. Così come imprenditori si nasce (se si hanno esempi virtuosi di imprenditori in famiglia, ad esempio) o si diventa (se si ha la possibilità di imparare ad esserlo da chi lo è), allora certe modalità virtuose di pensiero o di comportamento si possono ritrovare nel proprio DNA o si possono acquisire attraverso un determinato percorso di apprendimento.
Apprendere le qualità del leader è complesso e semplice allo stesso tempo. È complesso nel senso che non ci sono ricette o formule prefabbricate che una volta messe in pratica permettono automaticamente di diventare leader. È semplice nel senso che quando ci si sente bene nel guidare in primo luogo se stessi e poi gli altri e si agisce, di conseguenza, in maniera coerente rispetto ai propri valori personali (o aziendali) allora vuol dire che si è ben istradati.
In questo, ancora una volta, è importante riconoscere chi si è attraverso un confronto positivo con la propria figura di riferimento: il genitore omologo, dello stesso sesso. Ricordiamolo: l’identità si costruisce nella relazione, non è a sé stante. Nel caso delle organizzazioni, il confronto con il genitore omologo può esser fatto dalle persone appartenenti al gruppo di vertice (e anche per gli altri non farebbe certo male) e nella lettura delle dinamiche di gruppo che si instaurano all’interno del gruppo stesso.
Il confronto con il genitore omologo permette di chiarire i punti della propria identità che appartengono o meno all’individuo, di chiarire in modo approfondito cosa si desidera e cosa è invece frutto dei condizionamenti esterni, quali sono le mappe mentali positive su cui puntare e quali, invece, le credenze limitanti. Su queste basi si può fare una riflessione profonda ed efficace sulla propria identità e costruire così una leadership profonda e sentita, davvero efficace e flessibile.
Gestire la crisi: come fare?
Abbiamo già accennato in un altro articolo che crisi è sinonimo di cambiamento.
Oltre a questa informazione, ne è necessaria un’altra: in che senso cambiamento? Verso quali obiettivi? Con quali modalità?
Occorre avere una buona identità personale, o d’impresa, per sapere quali risorse utilizzare e ri-orientarsi quando il mondo intorno cambia. Se non ci si sente sicuri in questo aspetto, allora val la pena di fare un passo indietro e investire tempo e danaro per consolidare/ristrutturare la propria identità, magari sanando quelle ferite ancora presenti e migliorando quegli aspetti che rendono difficile la vita (anche aziendale): emozioni “negative” come il disorientamento, l’impotenza, la rabbia, l’angoscia, l’ansia, ecc.
Queste emozioni sono tanto utili quanto sgradevoli. Ascoltarle, sentire cosa hanno da dire, magari con la mediazione di un parere esperto, è fondamentale per orientare la persona o l’impresa verso la propria reale identità e verso gli obiettivi che contano davvero, che rendono soddisfatti oltre che essere sfidanti e importanti.
Questo passo non si può compiere semplicemente lavorando con la parte cognitiva, perché spesso serve una sensibilità che la parte cognitiva “filtra” (certe emozioni sono censurate) e non fa percepire la portata reale del disagio, della crisi, occultando in questo modo anche i rimedi più opportuni allo scopo. È come se si volesse curare qualsiasi malattia con l’antibiotico, ad esempio, che, pur essendo un farmaco efficace, può non essere opportuno in determinate situazioni.
Ognuno fa la sua parte seguendo il proprio cammino evolutivo e allora l’incoraggiamento ad evolvere sarà per tutti: ognuno è leader di se stesso ed è esempio positivo per gli altri.
Dopo il parto… la nascita dei genitori
La gravidanza rappresenta un momento particolare, speciale, nella vita di una donna. Spesso prima di fare il test ci si sente già diverse… Qualcosa cambia sia a livello fisico che emotivo. Talvolta questi cambiamenti sembrano impercettibili, ma ci sono fin da subito. È importante prepararsi al lieto evento. Ormai tutti gli ospedali propongono un corso di preparazione al parto e, tuttavia spesso non è sufficiente… A nostro avviso è importante iniziare fin da subito, se non prima del concepimento, un percorso di accompagnamento alla nascita; ciò significa, tra le cose più importanti, fare un lavoro psicologico, corporeo e spirituale, andare a vedere il luogo dove si desidera partorire, parlare con gli operatori. Durante questi mesi, in modo particolare, conta molto farsi sostenere dalla propria madre (genitore omologo) e dal proprio compagno.
Il parto è un evento per certi versi sconvolgente! Per questo è importante riposarsi ed avere anche il bambino con sé in camera, così evitando più possibile la separazione dal bimbo. Inoltre, è importante anche il sostegno e la presenza fisica ed emotiva da parte del compagno, in modo permettersi di riposare serenamente e ricaricarsi di energie. Qui, anche le strutture sanitarie possono favorire o meno un clima e un ambiente accogliente per il bambino, la madre e il padre.
Una donna è più facile che senta la maternità sin da subito, in quanto percepisce il bimbo nel proprio grembo. Un uomo, invece, diventa padre “davvero” quando il bambino nasce e, anzi, per certi versi, quando può entrare in relazione con lui. Il senso genitoriale sorge più in là nel tempo per il padre perché la responsabilità piena verso il/la figlio/a sorge al momento della nascita, non prima come per la donna. La donna sente gradualmente lo sviluppo del bambino, mentre il padre lo vede “già nato”. Pochi minuti dopo il parto il padre può rendersi conto pienamente della paternità quando, magari, taglia il cordone ombelicale o fa il primo bagnetto al bebé. Allora ci possono essere emozioni grandi e contrastanti: da un lato enorme gioia, potenza, senso di miracolo e incredulità, dall’altro grandi responsabilità o anche paura, disorientamento e momentanea fuga. Se si fa un lavoro di unione attraverso la comunicazione e un lavoro psicologico sul senso e il significato della nascita e dell’essere genitore (padre e madre), questo può migliorare la situazione e la relazione tra i due e anche con il neoarrivato.
I genitori non solo “nascono” quando nasce il primo bebé ed anche attraverso l’osservazione del bebé stesso hanno una straordinaria opportunità evolutiva dal punto di vista emotivo. Infatti, essere in relazione con i figli è impegnativo proprio perché essi sono il frutto dell’amore dei genitori e ne portano in sé tutto il patrimonio genetico, di vissuti emotivi, di credenze, di mappe mentali: tutta la cultura familiare trans-generazionale. Ciò implica che determinate modalità comportamentali, laddove provochino malessere o dolore, costringono a intraprendere la via dell’evoluzione personale e di coppia. Infatti, i figli richiedono forti attenzioni e “dividono” la coppia: richiedono risorse fisiche ed emotive grandissime. Così, quando le riserve energetiche fisicoemotive scemano e si riducono all’osso, allora possono sorgere ulteriori problemi di gestione del ruolo genitoriale, sia nella relazione con il bebé, sia nella gestione dei problemi e della funzione di educatori. Per questo è necessario che la coppia sia unita e stia fondamentalmente bene, così può ricaricare di energie e far ritrovare l’equilibrio laddove uno dei genitori sia in maggiore deficit energetico e si trovi in maggiore difficoltà: il sostegno reciproco è fondamentale, ad esempio attraverso una comunicazione chiara, l’accoglienza reciproca, i massaggi, gli abbracci e il rapporto sessuale. La madre può dedicarsi al neonato pienamente nel momento in cui può vivere la propria condizione di madre godendosi casa propria in relax, senza “interferenze”. Qui sorge la necessità di delegare al marito almeno una parte della gestione della casa e familiare in generale. Infatti, allevare un bebé è stancante a livello fisico e soprattutto emotivo, come ricordato sopra. Così, spesso i genitori “in riserva energetica” delegano questa delicata fase ad altri: nonni, asili nido, badanti, babysitter, ecc. E così subiscono e preferiscono l’interferenza economica rispetto al legame affettivo e simbiotico.
Con il “miracolo” della nascita inizia un percorso che dura tutta la vita. Dedichiamo a tutti buon viaggio e, perché tale percorso sia più gioioso e proficuo possibile, è utile confrontarsi con i propri genitori e, in particolare, con il genitore omologo, (partire dalle proprie radici) e anche con altri genitori.
Essere genitori è una “palestra” straordinaria dal punto di vista delle sfide da raccogliere, delle prove da sostenere, delle soddisfazioni immense che ne derivano e dall’intensa carica affettiva. Anche per questo un genitore non è solo una persona con dei figli: è un leader!
Genitore omologo, leadership, relazioni e successo
Cominciamo dal risultato finale desiderato: cosa permette di ottenere il successo? Innanzitutto chiariamo che si intende per successo la realizzazione della persona nelle proprie capacità di amare, lavorare e vivere in relazione con gli altri, in modo da raggiungere i propri obiettivi.
Certamente, tra le risorse necessarie possiamo considerare la determinazione, la chiarezza d’intenti, la volontà, le competenze e le relazioni. Se vogliamo riassumere in un cocktail gli ingredienti possiamo dire che ci vogliono leadership e relazioni interpersonali.
Una relazione particolarmente importante è quella con il genitore omologo, che influenza moltissimo sia la qualità della leadership sia la qualità e quantità di relazioni di ogni genere: di coppia, con i figli, con gli amici, parenti, capi, colleghi, collaboratori, clienti, fornitori eccetera. Così, migliorare la relazione con il genitore omologo è come far sbocciare un fiore e aprirsi alle meraviglie del mondo. Questo è il primo, fondamentale, mezzo per ottenere successo. Per poterlo fare spesso è necessario migliorare la qualità e la quantità della comunicazione e intensificare qualità e quantità degli abbracci con l’omologo. Ciò rafforza elementi fondamentali come l’identità personale, l’autostima, la fiducia e l’apertura verso il mondo.
Per le organizzazioni è diverso, certamente, anche se alcuni pilastri sono comunque validi. Le buone relazioni, ad esempio, aiutano a migliorare la qualità del lavoro. Un capo che ha più stili di leadership nel proprio carnet di competenze, ha maggiori opportunità di gestire relazioni con persone di vario genere e che hanno bisogno di atteggiamenti, modi di pensare, stimoli e risposte diversi. In questo modo attira a sé anche i migliori talenti, perché sa gestirli. La cultura aziendale, così, assume un ruolo centrale, perché influenza la strategia e i meccanismi di coordinamento tra le persone e le unità organizzative.
Anche qui, se vogliamo riassumere il cocktail per il successo, questo è composto dalla leadership diffusa (e ben gestita, ovviamente) e da relazioni positive consolidate: spirito di squadra, fiducia reciproca, autostima, solidarietà, competitività e collaborazione.
Come può, un’organizzazione, migliorare in questi ambiti? Per le organizzazioni e le imprese, un lavoro di counseling può essere importante per comprendere le modalità d’interazione nel gruppo, gli stili di leadership, la qualità e quantità di relazioni e le emozioni sottostanti: in altre parole, l’intelligenza emotiva del gruppo. Si può, inoltre, considerare la formazione sulla parte emotiva come componente complementare alla formazione cognitiva e integrare così le competenze del gruppo (e del capo, prima di tutti!) di modo che possano migliorare leadership e relazioni.
La percezione di crisi così sentita in questi mesi, probabilmente sta a testimoniare un cambiamento strutturale nei modelli di comportamento basati su leadership individuali e relazioni interpersonali nuove, tutto ciò accompagnato da un senso di disorientamento.
Comprendere il disorientamento, le leadership e i modelli relazionali emergenti presuppone una formazione che “alfabetizzi” emotivamente le persone, che le porti, in altre parole, ad ascoltare e comprendere le emozioni che provano e scegliere che strada percorrere per potersi evolvere.
Crisi e cambiamento
Crisi è cambiamento, secondo l’etimologia greca del termine. Eppure questo periodo è vissuto in senso quasi del tutto negativo. Infatti, cambiare il punto di vista, aprire la mente a nuove opportunità, cambiare modalità di approccio alle situazioni e alle relazioni, cambiare mentalità nella risoluzione dei problemi portano spesso un senso di disagio e, con esso, una carta impotenza e immobilità.
Così si rischia di perdere delle opportunità importanti.
Infatti, non è tanto il cambiamento in sé che spaventa, perché l’essere umano ha una straordinaria dote di adattamento ambientale ed è per questa caratteristica unica nel mondo animale che è riuscito a colonizzare praticamente tutte le parti del globo.
Allora perché questi timori verso il cambiamento?
Il cambiamento può esser visto come un salto nel buio, come un evento temibile e temuto. In realtà questa è una percezione parziale. E’ vero che non si può prevedere il futuro (e controllare, come spesso si è abituati con vaste aree della vita) tuttavia si hanno delle certezze che possono rendere meno incerto il futuro, almeno in rapporto alle proprie risorse e competenze.
Così, ad esempio, si può affrontare meglio dal punto di vista emotivo un momento di passaggio o un cambiamento attraverso visualizzazioni creative, che consentono di “preparare il terreno” psicologico verso un nuovo scenario gradito e meno incerto.
Si può ricorrere, inoltre, alle proprie risorse a disposizione:
1) il genitore omologo e il partner, che danno un sostegno incommensurabile attraverso la relazione e l’amore che donano,
2) le proprie esperienze di cambiamento attuate in passato con successo,
3) le proprie risorse e competenze “universalmente riconosciute”,
4) opportuni strumenti di comprensione e creazione di situazioni future desiderate.
Tra questi ultimi, si possono utilizzare i documenti come missione e visione individuale (o aziendale) e, in chiave esclusivamente aziendale, le mappe strategiche e la Balanced ScoreCard, la curva del valore e la strategia Oceano Blu.
Certamente queste tecniche aiutano a trovare una propria strada per utilizzare al meglio un periodo di crisi, di cambiamento strutturale come quello che stiamo attraversando in questo momento. In questo modo la crisi ha un senso evolutivo e non involutivo. E questo dipende da ciascuno di noi per la propria parte.
Un’opportunità per riflettere
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo.
Agire per non soffrire? Quindi sfuggire per non sentire!
Non sempre agire è sano (quando è troppo), può essere una strategia, una difesa per allontanarci dal nostro dolore, che a volte esiste (per tutti), ed entrarci in contatto ci fa diventare più consapevoli e quindi anche un’opportunità per conoscere noi stessi! Quindi più si agisce più si sfugge alla sofferenza! Forse di non esserci sentiti amati in passato? Magari nei tempi più antichi quelli che qualcuno a visto bene di dimenticare o ricordare solo il bello per non soffrire? Quindi sfuggiamo ai sentimenti perché ci fanno soffrire escogitando inconsapevolmente alcune strategie, esempio il superlavoro che ci allontana solo da noi stessi! Queste carenze poi si possono manifestare sulla parte sinistra (lato emozionale) del nostro corpo, sotto forma di callosità in determinati punti dei piedi (secondo lo studio della reflessologia plantare), rigidità nel corpo ecc… Quindi diventiamo più consapevoli per spezzare le catene che si tramandano di generazione in generazione, onde evitare di ammazzarci di lavoro! E’ giusto lavorare, in alcuni casi anche sano, ma quando è troppo diventa un tunnel dal quale non si riesce ad uscire e come tutte le droghe si sa fanno male!!!
Il primo passo è la consapevolezza! Con la consapevolezza una persona si rende conto che esiste il problema, apre gli occhi,è un grosso passo in avanti, il trampolino di lancio, un passaggio importante non sempre facile da realizzare, a volte si entra in crisi e la cosa più importante è non rimanere bloccati in questo passaggio, perché in questo caso è la mente che si fissa, ma l’essere umano per fortuna è fatto anche di altro (mente, corpo e spirito). Disintossichiamoci dunque!!! Dopo aver preso coscienza del problema, il passo successivo è prendere spazio per se stessi, per il proprio ben-essere, cercando di nutrire corpo, mente e spirito, esempio dedicandosi ad attività fisiche come uno sport, una corsa o una camminata per distribuire l’energia in tutto il corpo; meditazione, yoga,oppure la recitazione del Santo Rosario (che corrisponde alla recitazione di un Mantra) per riempire lo spirito e calmare la mente; o semplicemente fare quello che ci piace, dedicandoci a un hobby, trovando ognuno la propria meditazione che può essere dinamica esempio ballare, o statica esempio pescare, cucire, dipingere; insomma tutto ciò che permette di incanalare l’energia anche in modo creativo. L’importante è prendere coscienza che esistiamo “noi” come persone con tutti i nostri bisogni e poi tutto il resto passa in secondo piano! Quindi non mi resta che augurarvi un in bocca al lupo in questo viaggio alla scoperta di Voi stessi!!!
Orietta Colombo
I crack finanziari e il mondo emotivo
Dal punto di vista emotivo, il crack, il fallimento, può evocare la fine traumatica, il vuoto, l’incertezza, il disorientamento. Se si sentono emozioni di questo tipo, allora ci si può chiedere cosa e come si vuole iniziare qualcosa di diverso, oppure come riempire il vuoto emotivo, oppure come dare certezza a se stessi e agli altri o, infine, come orientarsi nel proprio percorso evolutivo.
Innanzitutto, se qualcosa accade è perché aiuta nell’evoluzione personale e sociale. Ha senso chiedersi in che termini aiuta.
Quali risorse utilizzare? Le energie emotive della famiglia, della scuola, delle università, delle associazioni, delle aziende, della Pubblica Amministrazione?
Quali valori mettere in discussione e quali priorità? Il fallimento ha senso perché “costringe” a ricostruire su basi più solide, sia economiche (maggiori riserve, maggiore capitalizzazione, ecc.) sia emotive.
Quali sono i valori a cui si tiene maggiormente? La crescita economica, l’evoluzione personale o sociale, gli affetti, ecc.
E conseguentemente, quali sono le attività prioritarie? Sostenere la famiglia, l’impresa in generale, i lavoratori dipendenti, i professionisti, i manager, le nuove professioni, le imprese innovative, le imprese storiche, le imprese di settori strategici, ecc.
Quali abilità sviluppare? Imprenditorialità, innovatività, affettività, sicurezza, determinazione, autostima, capacità d’amare, leadership, ecc.
Da qui possono sorgere le basi di un equilibrio maggiormente integrato, dove la parte economica e razionale sia un aspetto importante e non il tutto. La storia, infatti, ci insegna che l’economico è al servizio dell’essere umano. È vero che la persona ne deve rispettare le leggi dell’ambiente in cui vive, ma può anche modificarle con le proprie capacità. Se quanto l’essere umano produce non è al servizio della propria evoluzione, integrando razionalità (conoscenza del mondo esterno) ed emozioni (percezione, comprensione-interiorizzazione) e, anzi, se ne discosta, allora il rischio di fallimento può rinnovarsi e costringere l’uomo a riflettere dolorosamente sulle proprie sconfitte per costringerlo a cambiare, a creare le premesse per il successo futuro.
Trasformare l’ansia in energia
L’ansia, più che un’emozione, si può considerare un insieme di sensazioni con-fuse (etimologicamente = fuso insieme), aggrovigliate tra loro, che si agitano in noi senza trovare uno sbocco espressivo, oppure si esprimono attraverso sintomi somatici.
Ansia significa paura dell’ignoto, inquietudine, preoccupazione. Con questo termine si indica sollecitazione e cura, a volte anche ossessiva.
La distinzione terminologica tra angoscia ed ansia è presente solo nelle lingue di origine latina, gli inglesi usano anxiety ed i tedeschi angst per definire entrambe le sensazioni. L’etimologia di angoscia si lega al verbo latino angere, stringere, ed indica uno stato emotivo oppressivo, provocato da cause non definite o riconoscibili. L’uso latino del termine implica l’idea di soffocamento e non è un caso, infatti, che la somatizzazione più frequente dell’ansia e dell’angoscia avvenga proprio nella funzione respiratoria. Alcuni studiosi fanno derivare ciò dalla prima sensazione di angoscia dovuta al trauma della nascita. Per tutti noi la nascita è stato un momento critico: siamo passati da una situazione totalmente protetta, all’esposizione nel mondo. Nel passaggio alla vita extra-uterina rischiamo di essere soffocati e, se non iniziamo a respirare in tempi relativamente brevi, rischiamo la morte. Da quel momento in poi questa esperienza diviene il prototipo di tutte le esperienze di passaggio da una situazione relativamente protetta ad una situazione di esposizione. Anche se in questi passaggi non rischiamo più la morte, spostarci da una situazione conosciuta per affrontare l’ignoto riattiva la paura originaria.
Per trasformare l’ansia in energia è, quindi, essenziale ascoltare ciò che si “muove” dentro di noi (emozioni da emo-agere = movimenti del sangue) e permettersi di esprimerlo senza frenarsi e senza giudicarsi.
Ogni emozione, ogni sensazione, ha la sua utilità e il suo significato e ha il suo diritto all’esistenza per il solo fatto di essere stata “generata” al nostro interno. Consentendo alle nostre emozioni di esprimersi, dando loro la voce, la possibilità di rappresentarsi, iniziamo un processo di svuotamento di quel “contenitore” di percezioni con-fuse ed indistinte che ben rappresenta lo stato ansioso.
L’energia che impieghiamo per reprimere le emozioni e per mantenere lo stato di allerta, e quindi di ansia, è energia che togliamo alla nostra capacità di rielaborazione e di trasformazione.Un atteggiamento positivo e costruttivo, la fiducia in se stessi, nelle relazioni affettive e sociali, trasformano l’ansia in energia. La paura, l’insicurezza, la mancanza di fiducia possono interferire in questo processo dinamico. Se l’Io della persona deve tenere a bada conflitti personali interni perde efficacia. L’energia, invece che essere espressa per raggiungere dei risultati, viene consumata per controllare il conflitto interno; allora è necessario analizzare le cause più o meno consapevoli, discuterne con le persone interessate, risolvere le interferenze che impediscono un’evoluzione positiva. Tutte le questioni rimaste in sospeso vanno risolte: tutti i debiti col passato vanno pagati e fatti pagare, bisogna arrivare alle cause, alla comprensione e quindi al perdono. Così si potrà voltare pagina e andare avanti. Qualsiasi problema che crea disagio si modifica solo se lo si affronta, lo si accetta, si cerca di capirlo, lo si elabora e si trovano le soluzioni percorribili. E soprattutto bisogna evitare di giudicare sé e gli altri negativamente.