Abbiamo tutti un posto nel mondo. Se siamo qui non è un caso.
Il senso di precario sembra aver invaso l’Italia e l’Europa. E’ di questi giorni la notizia di una grande mobilitazione giovanile in Spagna per il lavoro. La Grecia, il Portogallo e l’Irlanda stanno vivendo momenti molto difficili. Anche in Italia la situazione del lavoro è difficile, soprattutto per i giovani e nel meridione. Il vissuto è quello della precarietà, della difficoltà a trovare un posto che non è solo quello di lavoro, ma nella società.
Il lavoro rappresenta il modo in cui la persona interagisce nella società in senso economico e in senso di scambio di utilità, di servizio al prossimo. Un panettiere è utile perché fa il pane e lo vende a chi ha fame, il quale, a sua volta, grazie al suo lavoro o al fatto che ha beneficiato o costruito delle posizioni di rendita può pagare il pane che acquista. Un vecchio proverbio diceva: “il lavoro nobilita l’uomo”. Probabilmente è il senso di servizio al prossimo che conferisce nobiltà al lavoro.
Eppure il problema non è solo economico. A nostro parere, l’economico è la parte più visibile, la punta dell’iceberg.
E’ possibile che il vissuto di precarietà sia uno strascico del passato, che appartenga alla storia familiare di tantissime persone, in Italia e nel mondo. A livello economico e di struttura sociale, nella società contadina i figli erano manodopera da impiegare e per questo erano, anche in senso economico, desiderati. Fino a che i bambini non erano sufficientemente grandi da essere impiegati produttivamente, i bambini erano un “onere” che poteva essere gestito a livello di comunità, all’interno delle grandi case delle famiglie estese. Le persone avevano un posto, sociale, economico, affettivo. La certezza della struttura sociale bilanciava la precarietà di un ambiente ostile e di una natura esterna con cui convivere, talvolta con difficoltà, ma sicuramente non dominabile o controllabile. La certezza del raccolto non c’è oggi e ancor di più allora.
L’uomo, oggi, ha imparato a dominare maggiormente l’ambiente circostante e normalizzare il rischio. Per questo è maggiormente consentito andare oltre i punti di riferimento, un tempo immutabili. Già la società industrializzata ha proposto schemi di vita diversi, talvolta anche meno salutari, tuttavia le modalità sono ereditate dalla civiltà contadina. I bambini sono comunque affidati ad altri almeno per una grossa fetta della giornata. Il lavoro e l’economico hanno un posto centrale nella vita delle persone. Anche con l’aumento del benessere economico i ritmi, le modalità e i vissuti emotivi sottostanti fanno fatica a discostarsi da quanto sperimentato dalla generazione vissuta nella cività contadina. Gli aspetti economici ancora oggi soppiantano l’affettività e le relazioni fondanti della vita.
Infatti, a nostro parere le modalità e i vissuti emotivi, se non compresi e trasformati, tendono a replicarsi, anche all’infinito. L’uomo ha delgato il benessere ai soli aspetti economici, trascurando gli altri e vedendoli come separati. Quindi ha raggiunto un certo benessere economico, trascurando il resto. E il senso di precarietà non è scomparso, anzi.
Si sente nell’aria questo senso di malessere e di precarietà, di inutilità della vita in senso solo economico è uno strascico del passato, di una visione di ambiente ostile, dove occorre lavorare duramente per più di 2/3 della giornata e non rimangono energie per vivere realmente le relazioni affettive. E allora la conseguenza più diffusa può essere la disistima, lo scoramento, un rinforzo di questo senso di precarietà e inutilità, di scarso valore delle cose, dove il mondo materiale appare scontato, mentre scontato non è!
La ricerca di punti di riferimento, di una bussola emotiva, spesso si nasconde dietro la ricerca di punti di riferimento economici: il posto fisso, lo stipendio tutti i mesi. Certamente ciò è importante, tuttavia va visto insieme al resto della persona. Ogni difficoltà è difficoltà per l’uomo in sé e non per una parte di sé.
I punti di riferimento affettivi i giovani d’oggi ne hanno e hanno avuti senz’altro molti di più rispetto alle generazioni passate. E andrà sempre meglio da questo punto di vista. E si può fare di più, anche per queste generazioni. Si può cambiare questo vissuto emotivo di sfiducia, la “delega” di responsabilità all’esterno del proprio vissuto emotivo di condizione precaria.
Si può partire dalle radici, dai punti di riferimento saldi nei genitori e, in particolare, del genitore omologo. Con una relazione salda, autentica, di presenza reciproca e intimità, si possono mettere in discussione tutte le scelte, affettive ed economiche. Cosa conta davvero? Per cosa vale la pena davvero impegnarsi? Ma una persona autentica che si esprime al massimo ha davvero bisogno che qualcun altro lo faccia lavorare? Le potenzialità umane, quando possono esprimersi davvero, sono così grandi che possono stupire dei grandi risultati che possono offrire al mondo. E’ possibile mettere in discussione le vecchie credenze limitanti che influenzano così pesantemente la vita e la felicità.
Basta partire da due certezze:
1. un posto nel mondo è per tutti; non è per caso se si è vivi, ma il risultato dell’amore dei genitori;
2. le convinzioni limitanti si possono cambiare: ci si può esprimere nei propri talenti ed essere se stessi, felici.
Il genitore omologo è la chiave di volta per rendere davvero tali queste due frasi che, altrimenti, possono apparire vuote e banali. Una presenza salda emotivamente del genitore omologo dentro di sé: questo è il posto fisso di cui tutte le persone hanno bisogno per vivere. Tutto il resto viene dopo.